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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

L’uso quasi plunderfonico dei materiali classici in K491KV421 dà ben conto di quanto scriveva Meyer nel 1967 “Il mutamento sarà possibile. Ma l’invenzione di nuove costruzioni o il recupero di altre più antiche non produrrà necessariamente, e nemmeno probabilmente, uno sviluppo comulativo. (…) il mutamento tenderà ad assumere la forma di una stasi fluttuante”. Il Titanic è affondato. La musica è annegata. Tutto è grazia marcescente. Aprendo in siffatta maniera Dal Monte presenta il suo de natura sonorum, navigando i suoni del pianeta, la storia ed il cosmo al tempo della modernità liquida. Potrebbe bastare Le Caire en Avril, una solare escursione elettronica sviluppata da registrazioni del traffico del Cairo, vivacemente ritmica e colorata in chiave Matmos – Mouse On Mars. Ma lo sguardo sul naufragio della musica (o “in Musica”) è ancora più ampio. Boris On Brodway ricompone e scompone un mosaico di frammenti di Mussorgsky e suoni di metropoli arrangiati con eccitazione bernsteiniana. E poi c’è addirittura il cosmico di ionosfera, forse con una timbrica che scopre troppo il carattere bidimensionale dell’orchestrazione sintetica. Problema che non esiste nell’omaggio a Strauss, Unser Abendrot, ballata micro digitale di cristallina spazialità. Il cerchio concettuale ed emotivo del lavoro viene siglato da tre composizioni (Dgvnn-A, Zbrglt- Bm Fdl-A) in cui sono utilizzati samples rispettivamente del Don Giovanni, del Flauto Magico e del Fidelio, lavorati fino a farne vortici sensoriali, la cui sostanza talora è attraversata da sequenze electro che si corrompono nel loro procedere. Un approccio personale ed inedito; differente rispetto, per esempio, al recomposed Deutsche Grammophone o agli scenari di James Ferraro e compagnia. Meno strutturalista e sociologico, più aperto allo stupore e con quel senso mozartiano di tragedia e gioco.

Dionisio Capuano BLOW UP GENNAIO 2017

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

REFORMING THE SUBSTANCE è un lavoro di ricostruzione del nostro patrimonio musicale classico in chiave elettronica. Una miriade di nanocampioni da Mozart, Mussorsky, Messiaen, etc vengono ricomposti per dare nuova forma, e quindi nuovo contenuto, alla musica classica. Tra le molte strade possibili per “riformare la sostanza”, in questo lavoro l’elettronica non si avverte, e il risultato è una nuova musica classica, libera da regole e pregiudizi; concettuale ed emotiva al tempo stesso, lontano da accademismi classici o contemporanei. Il video del brano UNSER ABENDROT, tratto dall’album, si ispira ai lieder di Richard Strauss, ed è l’unico pezzo dove nessun campione è presente ma tutto è suonato con sintetizzatori. Il sentimento di Strauss è piuttosto presente nel mood del brano, che ci ricorda come, in ogni tramonto, sia presente una rinascita, una nuova alba. Questa presa di coscienza porta speranza nel buio, e sott’acqua, dove si svolge il video, un uomo rinasce come in un liquido amniotico. Riprende il suo percorso, come i primi anfibi sulla faccia della terra, riemergendo in terre che nessuno conosce ancora».

di Fabrizio Zampighi  SENTIREASCOLTARE gennaio 2017

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

Giovanni Dal Monte lo rifà ancora   

Il musicista e performer imolese ha da poco rimasterizzato il proprio precedente disco del 2013, “Refoming the Substance” (produzione SonicaBotanica), aggiungendo anche tre nuovi brani. Come sempre, musica per palati fini, con esiti sorprendenti, stimolanti, gradevoli

Si può comporre un puzzle di brani musicali di varia origine (prevalentemente classica) con efficaci inserzioni e campionamenti elettronici, in modo tale che l’ascoltatore avverta l’opera come unitaria e dalla piacevole fruizione? Nel caso di Giovanni Dal Monte, del quale LucidaMente ha a suo tempo segnalato le installazioni a Imola e un concerto bolognese, la risposta è certamente “sì”.

Da poche settimane, sempre per la produzione SonicaBotanica, il musicista imolese ha finito di rimasterizzare un suo precedente lavoro del 2013, Refoming the Substance. In questa riedizione dell’ottobre 2016 è stata eliminata una traccia, Pathosformel (peraltro uno splendido viaggio “cosmico”, incentrata su componimenti di compositori britannici quali Frederick Delius e Gustav Holst). Ma, per un totale di otto componimenti e più di un’ora complessiva di ascolto, sono stati aggiunti tre nuovi brani: Dgvnn-A, Zbrflt-B e Fdl-A. Cominciamo da questi ultimi, della durata ciascuno di 4-5 minuti, che rappresentano la novità del disco. Le suadenti voci femminili dal Don Giovanni e da Il flauto magico di Wolfgang Amadeus Mozart si incontrano/scontrano con distorsioni elettroniche e sonore, con tagli e inserti di natura anche extramusicale. L’esito è suggestivamente straniante, inquietante, sempre inaspettato.

Il primo degli altri cinque brani, già compresi nella precedente edizione di Refoming the Substance, apre maestosamente l’opera. Piacevole all’ascolto, K491KV421 si dipana per quasi quindici minuti. Protagoniste ancora le melodie di Mozart, compreso un fantasmagorico passaggio accelerato dal Laudate Dominum; e veniamo trasportati in sfere celesti sconosciute. Il successivo Le Caire en avril inizia cacofonicamente, completa mimesi del noto caos del traffico automobilistico della capitale egiziana, per approdare ad armonie trasognate e serene, che ricordano forse un certo Franco Battiato sperimentale e affascinato dall’esotismo.

Nel terzo componimento del disco, Ionosfera, alcune registrazioni della Nasa si mescolano a radiosegnali e a rumori inquietanti, trasportandoci su sconosciuti esopianeti, dalle misteriose superfici ribollenti e senza luce. Si apre con scintillii alla George Gershwin il seguente Boris on Broadway, nel quale sono giustapposti campioni del Boris Godunov di Modest Mussorgsky ai rumori delle strade della metropoli americana. La quinta traccia, Unser abendrot, omaggio a Richard Strauss, è interamente composta da Dal Monte, che vi usa solo sintetizzatori: un procedere lento e conturbante, come una sensuale danza erotica, che va a spegnersi forse perché i sensi sono ormai estenuati, coi corpi stremati dal piacere.

Un importante pregio dell’arte di Dal Monte è legato al fatto che, attraverso la sua talentuosa reinterpretazione, la musica “classica” diventa “contemporanea”, anzi, da avanguardia sperimentale, a partire da Arnold Schönberg in avanti. È come se i meravigliosi suoni del passato, sempre meravigliosi tentativi dell’arte di raggiungere l’assoluta estasi spirituale e il divino, si immergessero, forti della loro vita immateriale e immortale, nel tenebroso oceano odierno. La memoria evocata si rinnova, e si resta sospesi tra l’antica estetica e il presente. Un presente elettronico, tecnologico, forse senza più speranze di un radioso futuro, e comunque con la certezza che le fiducie e le armonie dei secoli andati, quando l’umanità credeva nel bello e nel possibile, radioso, progresso, si sono dissolte. Speranze che sono state probabilmente annientate per sempre dalla trasformazione del mondo umano in un convulso, caotico, violento pianeta disumano. E, oggi, persa ogni illusione, è possibile rivivere quei sogni, anche musicali, soltanto in modo frammentario e disarmonico, con un residuo di malinconica, straziante nostalgia.

L’icona più efficace del disco è proprio la stessa immagine di copertina, col musicista nudo che galleggia, quasi nell’assoluta oscurità, completamente rilassato in un’acqua che immaginiamo tiepida e accogliente. Una sorta di vasca di Lily, che induce a perdersi in un’altra dimensione della mente: il misticismo, la memoria, l’evasione, la liberazione dai limiti corporei… Ed è proprio ciò che Dal Monte è in grado di indurre nel proprio ascoltatore, a condizione che questi si lasci liberamente e fiduciosamente trasportare dal flusso musicale multisensoriale dell’artista.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno XII, n. 133, gennaio 2017)

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

IL MEGLIO DELLA MUSICA DEL 2016 PER SOUND36

Giovanni Dal Monte-Reforming the Substance

Album di música electrónica che conferma la straordinaria capacità di Giovanni Dal Monte di manipolare i suoni al fine di far scaturire dai meandri della memoria immagini e ricordi.

Artista che anche in Italia meriterebbe la giusta considerazione.

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

E’ con vero piacere che torniamo a proporre un’opera di Giovanni Dal Monte, musicista che abbiamo proposto ed intervistato in occasione dell’uscita di “Visible Music For Unheard Visions”. Artista poliedrico, tra i più apprezzati e stimati della nostra avanguardia; ha prestato le sue suggestioni musicali al cinema, al teatro e all’Arte, riscuotendo sempre grande successo di critica e di pubblico. Un artista di primo piano, forse ancora non completamente capito dal pubblico italiano, che ripropone oggi, spinto anche dal successo dell’album precedente, “Reforming The Substance”. Prima di entrare nello specifico, per quanto possibile, chiariamo subito che si tratta di una riedizione e, per questo, la considereremo come un’opera nuova. Un brano, infatti, è stato eliminato e tre ne sono stati aggiunti, quindi è difficile considerarla una semplice ristampa. Anche “Reforming The Substance”, come tutte le sue opere, ha come caratteristiche la manipolazione della materia sonora e l’unicità che la slega da un prima e da un dopo. L’elettronica e il campionamento sono gli strumenti che Giovanni Dal Monte utilizza per manipolare i suoni. Suoni o sonorità che provengono, in questo caso, soprattutto dalla tradizione classica, ma anche dalla quotidianità  e dalla Natura. Ciò che ne scaturisce è un affascinante unicum sonoro con connotazioni chiaramente introspettive e psicologiche. La foto di copertina non può, infatti, non rimandare ad un percorso a ritroso nel tempo e nel subconscio alla ricerca di immagini, suoni, sensazioni sepolte. Questa valenza fortemente evocativa e le forti connotazioni psicologiche rappresentano l’evoluzione degli stereotipi dell’elettronica e l’arte stessa di Giovanni Dal Monte. Di questo lungo e affascinante viaggio sonoro non possiamo, per ovvi motivi, raccontarvi tutto, cosa peraltro impossibile, ma voglio soffermarmi velocemente su tre momenti precisi. “Ionosfera”, con i suoi dieci minuti scarsi, ci riporta all’inquietante solitudine cosmica. Ad essere campionati e trasformati in musica sono, infatti, registrazioni della NASA della ionosfera terrestre. Un’idea che accomuna Dal Monte a Mickey Hart, batterista dei Grateful Dead, e al suo progetto “Rhythms of the Universe”. “Le Caire En Avril”, dodici minuti in cui convivono caos e serenità, speranza e incertezza. Un brano in cui ad essere campionato e trasformato in musica è il traffico del Cairo. Quello che mi piace evidenziare è come, durante l’ascolto, le mie valutazioni storiche, sociali e politiche del fatto in sè abbiano trovato una naturale rispondenza con i ritmi imposti dalla Musica. “K491KV421” la consideriamo un pò il simbolo di quest’album. Nel senso che a prevalere è la rigenerazione del’ elemento classico tradizionale e, nel caso specifico, Laudate Dominum di Mozart. Frammentazione, rimandi e campionature stravolgono, rigenerano la materia sonora creando qualcosa di completamente nuovo. Direi che l’operazione “Reforming The Substance” è da considerare riuscitissima per almeno due motivi: innanzitutto perché ci da  la possibilità  di riapprezzare un’opera (nuova), che oramai da tempo era di difficile reperibilità , in secondo luogo la sua peculiare accessibilità sonora può rappresentare un ottimo approccio con le sonorità  di questo grande artista.

Fortunato Mannino SOUND36  ottobre 2016

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

Ispirazioni classiche per Giovanni Dal Monte in “Reforming the substance”

20 Ottobre 2016 – Giovanni Scanu

(PRIMAPRESS) – ROMA – Dopo l’uscita nel 2015 di Visible music for unheard visions, il musicista e compositore Giovanni Dal Monte che ha appena accompagnato l’uscita della monografia in edizione limitata dell’artista grafico Nedo Merendi, rimasterizza il suo successo del 2013 “Reforming the substance”.

In quest’ultimo progetto Giovanni Dal Monte si dedica alla “revisione” di brani classici con un approccio musicale che spazia nelle sue sonorità elettroniche ma che qui si leggono in filigrana sul pentagramma.

Dal Monte attinge soprattutto da Mozart e da Mussorgsky prelevando dai brani che smonta e rimonta come in un puzzle di note contemporanee che muta il linguaggio di provenienza per renderlo più elastico nell’intento di interessare un pubblico trasversale.

Questa riedizione di Dal Monte, ha aggiunto tre frammenti, “Dgvnn-A”, “Zbrflt-B” e “Fdl-A”, che servono ad interpretare il percorso creativo del compositore in questo album.

I tre brani infatti, all’apparenza più sperimentali. sono di fatto, studi sulla ridefinizione della forma del Don Giovanni, del Flauto Magico e del Fidelio di Mozart. – (PRIMAPRESS)

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Reforming the Substance . 2016 RIEDIZIONE

Con diversi alias da almeno 30 anni frequenta gli ambienti musicali più sperimentali, mettendosi (anche) al servizio di colonne sonore di film indipendenti. Questo “Reforming The Substance” parte da micro e nano campionamenti di musica classica occidentale, Mozart e Mussorsky su tutti, per (ri)plasmare / (ri)costruire una materia musicale che ha tanto a che fare con la musica classica quanto con le sperimentazioni più ardite, senza dimenticare veloci incursioni nel progressive e senza però che quest’ultimo genere arrivi a veramente caratterizzare il disco. L’idea di base di “Reforming The Substance” è quindi quella di partire da materiali noti per dargli nuova forma e nuovo significato. Il tentativo di ricostruire la tradizione musicale per darle un volto di modernità funziona alla perfezione e anche le brevi incursioni nella musicale orientale funzionano molto bene. A livello meramente cerebrale la sfida è vinta a mani basse, ma Giovanni Dal Monte ha realizzato un disco che è più per la mente che non per l’anima, un’operazione in grado di gratificare il cervello ma che fatica a trovare la strada dell’emozione pura, a meno di essere dei vari appassionati di lungo corso di musica sperimentale. In tal caso “Reforming The Substance”sarà  una vera e propria gioia per il vostro udito, mentre per gli altri l’ascolto si rivelerà tanto interessante quanto (potrebbe essere) faticoso, dato che richiede un’attenzione pressochè totale

Massimo Garofalo ROCK IT 28 settembre 2016

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SOUND36 INTERVISTA
Ciao Giovanni e benvenuto sulle pagine di SOund36. Quando ho ascoltato per la prima volta Visible Music For Unheard Visions tutto mi sarei aspettato tranne un album come Visible Music For Unheard Visions. La prima domanda che ti faccio, dunque, come definiresti tu la tua Arte?
Forse semplicemente la manifestazione del flusso dei miei pensieri, di come li organizzo e di come li esprimo. Della “posizione” estetica che scelgo di avere. Rispecchia cosa sento, come sono e come scelgo di essere, un po’ come la personalità di ognuno di noi, che costruiamo nel tempo, e che cerchiamo di migliorare.
E’ un mondo in cui trovo i significati e le armonie, in cui posso giocare a progettare equilibri che vorrei, un gioco comunque molto serio e importante per me.
Un gioco in cui le idee, i desideri, l’esperienza, i limiti, ma anche il mondo oggettivo….tutto concorre al suo divenire. Per questo non riesco ad immaginare uno stile fermo e cristallizzato, noi cambiamo durante tutta la vita.
Ho riascoltato Visible Music For Unheard Visions diverse volte prima di questa intervista e lo trovo geniale. Ce ne puoi raccontare brevemente la genesi?
Avevo pensato di chiamarlo Music for blind and deaf people, però era un titolo che poteva offendere i non udenti o i non vedenti, e non era quello che volevo, piuttosto l’idea di una musica che può essere sentita e toccata, percorsa nel proprio interno.
La galleria Pomo Da DaMo mi chiese di fare una mostra di miei video e chiamarono il critico Luca Beatrice per curarla. Io volevo evidenziare la possibilità della musica, in questo caso la mia, di stimolare le associazioni di idee, il flusso di pensiero, la coscienza.
E così abbiamo “esposto” la musica.
Il disco nasce con questa mostra, come se ne fosse il catalogo. I brani provengono da diversi momenti, alcuni sono vecchi altri nuovi.
Se definissi Visible Music For Unheard Visions una sorta di Rorschach sonoro quanto mi avvicinerei all’intento dell’autore?
Perché no, le macchie di Rorschach suscitano ad ognuno immagini differenti.  E uno degli scopi che mi prefiggo è quello di suscitare immagini, storie e sviluppi dall’ascolto della musica…o meglio, dato la musica già li contiene, evidenziarli.
I tuoi album rappresentano degli affascinanti unicum. Qual è, ammesso che esista, il filo conduttore che li lega?
Si, sono pezzi unici. Ognuno è legato ad un momento particolare, a delle persone, a dei ricordi…
Il filo che li lega è che sono tasselli del percorso che ho fatto attraverso gli anni.
Anche a discapito della riconoscibilità stilistica, non ho mai pubblicato un lavoro uguale all’altro e questo comunque mi piace. Non voglio ortodossie stilistiche, di linguaggio, semmai solo coerenza nel metodo e nell’approccio.
Per sommi capi, nei primi due (“Sulla natura delle cose” e “Lo-Fi Apocripha”) volevo introdurre l’elettronica, ai tempi un mio amore nascente, nel background musicale che mi apparteneva precedentemente.   Poi c’è stata un’immersione “glitch” con il terzo (“Birds make love with electric ladybugs”,un lavoro tutto fatto con i suoni di uccelli ed insetti) e un’immersione elettronica nel jazz con il quarto (The opposite of Orange). Il quinto (Superanima) ha avuto un parto difficile, quattro anni per finirlo: in un momento per me di grandi cambiamenti.  Il sesto (Perverse or Polymorphous) segna la fine di quel passaggio cercando di essere ironico (è quasi interamente composto da campioni di big bands che si incagliano, voci da crooner, parodie dei testi di Cole Porter etc). Il settimo è uno studio sulla musica classica in chiave elettronica, una sorta di rigenerazione di intenti e di visione. L’ottavo è questo di cui stiamo parlando.
Stai lavorando ad nuovo progetto?
Sono continuamente all’opera, facendo cose nuove.
Nell’immediato sto facendo alcune musiche che saranno edite con un libro sui dipinti di Nedo Merendi, in collaborazione con Cesare Reggiani.
Poi stiamo preparando un concerto al teatro San Leonardo di Bologna, il 18 febbraio, per Angelica Festival, con Simone Cavina alle percussioni.
Ma forse più che progetti avrei dei desideri.
Mi piacerebbe remixare alcuni miei vecchi lavori; mi piacerebbe contattare alcuni artisti con cui ho lavorato in passato per concretizzare qualche cosa di nuovo; Mi piacerebbe anche trovare il tempo ed i mezzi per fare altri video, che ho in mente da tempo.
Mi piacerebbe poi riuscire ad organizzare un ensemble di musicisti che suonino la mia musica, così da portarla dal computer agli strumenti, non necessariamente tradizionali.
L’ultima domanda delle mie interviste è un open space riservato all’Artista. A quale domanda che non ti ho rivolto avresti voluto rispondere?
Ad un invito a venire a suonare dalle tue parti, semmai in un bel teatro.
Fortunato Mannino – Marzo 2016

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Kathodik -Marzo 2016
Su Giovanni (o La Jovenc) si dovrebbe scrivere un capitolo solo per quanto riguarda la biografia. Non ho mai amato abusare di parole per quanto riguarda la presentazione di un artista quindi mi limiterò a farvi dei nomi e a riassumere molto: Barry Adamson (collegato a sua volta a David Lynch), Billie Holiday, musiche per reading/poesie/cortometraggi/film muti/ colonne sonore (il regista Bruce La Bruce sceglie il suo brano “Going home” per la colonna sonora del film “Otto, up with dead people” condividendo lo spazio con altri artisti ad esempio Cocorosie and Anthony and the Johnson). 
È difficile descrivere un disco così variegato. Ogni volta cerco di dare immagini più che fare una perizia tecnica. Ecco, avrei visto bene questo cd come colonna sonora in un film di Kubrick. C’è un tappeto di emozioni, vibrazioni e deliri che si mescola ad uno scenario tra classica, elettronica, ambient e fantasmi. Il primo fantasma è molto sensuale ed inquietante in Cafe Richmond poi quasi ottocentesco e classicheggiante in Waves that never will be heard (con tanto di voci bianche e tenori), in Tremor 1 è anni ’90 e ti spinge sotto cassa per poi chiuderti in una gabbia solitaria e malinconica (The Cage) e farti uscire a ballare con spirito soul (almeno per quanto riguarda il cantato) nella bellissima conclusioneLet’s go minimal . Questo è un disco spiazzante, i brani sono mondi a sé stanti apparentemente slegati ma uniti da un filo elettrico e vibrante. Energia, movimento e tensione nervosa. Giovanni di questo disco ha rivelato poco e ha fatto bene così. Qualcuno dice che sia difficile seguirlo. Solo in apparenza, per quanto mi riguarda, in questi casi basta solo abbandonarsi al ritmo, sentire/percepire e far arrivare le immagini. Siamo noi i registi di questo film. Genere: tensione minimale e corto circuiti. Chapeau Giovanni.
Rachele Paganelli  

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BLOW UP  n.211 dicembre 2015
Premio PAI 2006, co-autore delle colonne sonore di Bruce La Bruce, Dal Monte ha frequentato le pagine di Blow up gia’ nel passato (nn. 64-76-92).
“Altro” sonoro della omonima video mostra (vedetevi su Youtube “Le Caire en Avril”), il suo nuovo cd raccoglie composizioni di diversa struttura e che pure trovano una singolare coesione in un colore non del tutto afferrabile, un mood più che uno stile.
Forse semplicemente l’illusione indotta dal titolo: proiezioni mentali, cose da vedere illuminate in testa dal flusso dei suoni.
C’è elettronica mista, dai costrutti ritmici alla Matmos (Tremor 1) , gommosamente “intelligent dance” (Tremor 2) e Break-Muzak (Let’s Go Minimal).
Poi un paio di assemblaggi che di loops e ritmo fanno diversamente muscoli ed ossa: “Cafè Richmond”, dove la nostra insania sente un conato spam-pop ed echeggia, come un earworm: “jtterbug, jitterbug”.
“From the Cage” : una battuta carovaniera con all’orizzonte il violoncello di Honsinger e morgane di lirica.
I momenti più visionari, dove il campionamento di musica classica fa rimbalzare la memoria di ricordo in ricordo (Antonioni, Hitchcock..) sono “Waves that never will be heard” e la speculare “Shadows that never will be seen”. Dilatati mezzi giri di valzer, ellittici, che ascolto dopo ascolto incrementano il potenziale di inquietudine, come quando si guarda una foto e si notano particolari nuovi, presenze inaspettate, ombre che prima non c’erano. Siamo ancora suggestionati dalle parole dell’autore:” la cifra di questo lavoro credo sia il ricordo, gli affetti, la relazione tra gli essere viventi.
E anche quelli che non vivono più”.
Dionisio Capuano

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E20ROMAGNA ASCOLTA  ott. 2015
Esistono dei “segreti nascosti” anche dentro le scene più piccole, e spesso ci si domanda perché siano rimasti tali, oppure quale scelta abbia fatto l’ artista per cui il suo nome rimanga meno noto di altri personaggi. Il nuovo disco di Giovanni Dal Monte è stata una sorpresa anche per chi scrive, eppure il musicista imolese è attivo dai primi anni ’90 all’ interno della musica elettronica più sperimentale con qualcosa come dieci album alle spalle. Il suo nuovo lavoro è uscito lo scors luglio ed è intitolato Visible music for unheard visions e siamo ancora saldamente dentro la musica elettronica contemporanea. Un viaggio che davvero mischia una urgenza ed una ombrosità con una sensualità affascinante dove spesso digitale ed acustico si incrociano, si mischiano creando un panorama sonoro organico affascinante. Se il brano d’esordio è uno scorbutico e sghembo passo storto intitolato Cafe Richmond immediatamente Waves that never will be heard trasporta l’ ascoltatore in un affascinante corpo sinfonico, che dimostra il suo vero lato nei sorprendenti stacchi digitali che lo accompagnano. Questo lavoro è un originale e brillante percorso proprio dentro alla ricerca di una materialità sonora che cerca una nuova classicità dentro forme della modernità. I due movimenti intitolati Tremorsono il legame più evidente con l’ elettronica contemporanea, mentre il brano conclusivo si stacca completamente dalle atmosfere precedenti con un’ approccio più diretto e techno, non a caso il brano si intitolaLet’s go minimal. Credo che sia giunto il momento di togliere l’ aggettivo “segreto nascosto” alla musica di Dal Monte e di presentarlo come una solida realtà del panorama musicale sperimentale italiano.
Luigi Bertaccini

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ITHINK MAGAZINE ott. 2015
Quella che abbiamo fra le mani è un’opera da maneggiare con cura, e da ascoltare con ancora più attenzione e pazienza: Giovanni Dal Monte si rende fautore di un EP a dir poco caratteristico ed intriso di contenuti musicali, intitolatoVisible Music for unheard visions. Proiezioni tridimensionali del senso uditivo, sinestesie a pieno titolo: queste le sensazioni che l’autore eclettico tenta di suscitare attraverso le sette tracce che compongono l’ascolto.
Si parte con Cafè Richmond, dark-ambient immerso in un’atmosfera cupa e compassata che fa da prologo a Waves that never will heard: evocativa, ed a tratti geniale (per come sono stati plasmati i sample di fine ottocento ed armonizzati i cori) soundtrack di matrice cinematografica; efficace a tal punto da trascendere il tempo.Tremor 1 e Tremor 2 (condite dall’intermezzo From the Cage) evadono all’insegna del disimpegno tracciando scenari “electro” molto più convenzionali: l’esercizio accademico di Giovanni Dal Monte non perde mordente e personalità, impattando bene i timpani dell’ascoltatore con saturazioni ed oscillazioni sonore mai banali. Il gran finale coincide con Shadows that never will be seen, sette minuti che rappresentano il credo, il manifesto musicale dell’artista: confluiscono infatti le evocazioni cinematografiche, i cori abili a tinteggiare con colori scuri i paesaggi sonori e la decadenza romantica che finora aleggiava sull’ascolto. Evade dal discorso, invece, Let’s go minimal, bonus track electro-funky che metabolizziamo come convincente divertissement alienato (ma neanche tanto) dall’opera.
Non è il primo ascolto, ma la continua ricerca di far chiarezza sui contenuti di Visible Music for unheard visions a rendere questo disco molto di più che un piacevole passatempo: Giovanni Dal Monte disegna, forte di una giusta maturità artistica, le sue trame digitali con personalità e giuste metodiche. Davvero interessante, ne vogliamo di più.
GIANDOMENICO PICCOLO

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Rockerilla n. 421 settembre 2015

Dalla mostra di video arte che Giovanni Dal Monte ha allestito per il Pomo Da DaMo di Imola è tratta questa colonna sonora che ne testimonia l’onnivora curiosità e l’eclettismo a tutto tondo, espressi in forma totalmente elettronica senza dare il minimo peso alle categorizzazioni di genere. Dai glitches di macchine inceppate ai lacerti di orchestre in loop a fondo cieco, dagli echi del Brian Eno terzomondista di “In the bush of ghosts” al Battiato di “M.elle le gladiator”, dalle invocazioni sciamaniche alle reminiscenze di opera italiana  passando da robuste dosi di minimal techno; tutti materiali da plasmare e riciclare, funzionali ad un’interpretazione del mondo anzitutto visiva. Sconcertante ed affascinante.
Enrico Ramunni

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Rumore n. 284 settembre 2015
Lo si intuisce già dal titolo, nel mondo di Giovanni Dal Monte i confini tra ambito visivo e acustico sono piuttosto labili. Nella loro versione sonora (la versione visiva è una mostra allestita presso la galleria Il Pomo Da DaMo) queste sette composizioni utilizzano i colori più vari pur mantenendo una natura intimamente plunderfonica. Dalle progressive ondate orchestrali di “Waves that never will be heard” e “Shadows that never will be seen” si passa al groove intrappolato in un loop spaziotemporale di “Cafè Richmond”, mentre l’unica concessione a suoni registrati ex-novo sta nelle batterie elettroniche di “Tremor 1” e “Tremor 2”, infine “Let’s go minimal” costeggia efficacemente la dance. Un bel saggio di scultura del suono.
Alessandro Besselva Averone

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L’Arte di Giovanni Dal Monte non si può spiegare, si può solo provare a vivere. Vale per la sua musica, per le sue installazioni visive. In questo caso Visible Music For Unheard Visions non è solo un album di elettronica, nu-soul, dark-ambient, o musica classica. Diventa qualcosa di più: scatta un nuovo codice, un nuovo linguaggio per affrontare la disarmante bellezza del suo lavoro e la chiave è l’attenzione, la curiosità. Da Mussorsgkij ai Mouse on Mars, le emozioni fluttuano via come suggestioni, come brividi estivi, come ricordi rumorosi. Immagina il suono, sentilo e liberatene.

(Beatrice Pagni) ShiverWebzine settembre 2015

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS – INTERVISTA

Come dovrebbe “suonare” la musica se di dovesse “vedere”? Partendo da questa domanda, contemporaneamente molto semplice ma anche tremendamente complessa, Giovanni Dal Monte, noto artista di musica elettronica sperimentale, ha realizzato il suo ultimo album, Visibile Music For Unheard Visions, uscito per l’etichetta SonicaBotanica lo scorso 14 luglio. Ci troviamo di fronte ad un album straniante, perfettamente in linea con il percorso evolutivo dell’artista che, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, non ha mai smesso di “inventare con la musica”. E che di “musica che si veda” Giovanni Dal Monte monte è appassionato lo conferma la sua autobiografia: infatti, oltre ad essersi aggiudicato nel 2006 il prestigio premio PAI (Premio Avanguardia Italiana) al MEI, ha anche collaborato per le musiche dei film di Bruce LaBruce, autore canadese di gran culto. Un qualcosa di assurdo, nuovo ma anche proveniente da un passato neppure troppo remoto, evocano le tracce soniche che Del Monte lancia in questo album. Waves that never will be heard, ad esempio, seconda traccia dell’album, sembra essere strappata a forza da qualche oscuro appartamento in cui è ambientato un fumoso romanzo della belle époque. Che vi sia qualcosa di marino, seppur sublimato come dietro a spessi vetri da “dandy del passato”, è confermato dal fatto che spesso le tracce si snodano come “serpenti che si mangiano la coda”, come “onde che battono risospinte” dalla corrente, in un eterno moto del ritorno dell’uguale. Eppure, proprio perché eterno e mai domo, noi non ce ne accorgiamo e lo sentiamo sempre nuovo. Ecco perché era importante raggiungere telefonicamente  Giovanni Dal Monte: perché senza la sua voce diretta non avremmo capito che tono avesse un vero e proprio indagatore del moto ondoso e intimo del nostro essere.

La musica si può vedere? Se sì in che modo?

La musica si vede con le orecchie, con i sensi. Si percorrono tutte le strade per rendere visibile il volume, il corpo ma si vede veramente con lo spirito, con l’animo e con gli occhi.

Visibile Music For Unheard Visions è un album che si articola come un concept album oppure sono episodi distinti di una stessa raccolta?

Sono episodi distinti, ben distinti. Il precedente album Reforming the substance in questo senso era proprio un concept, nel senso che si sviluppava attorno ad un concetto. Un album più concettuale di questo ma tuttavia l’ultimo mio lavoro lo trovo ” più eterogeneo, basato su sensazioni diverse.

Mi ha molto colpito Shadows that never will be seen perché ha un incedere imperioso, oscuro certo, ma anche tremendamente imperioso. Quasi come se fossi stato ispirato, magari anche a livello inconscio da qualche colonna di film di fantascienza anni Ottanta.

Questa traccia era stata composta per un film libanese. Poi le cose sono andate diversamente e il film non s’è fatto più però la traccia è rimasta e mi è piaciuta molto. In effetti,Shadows that never will be seen così come molte altre mie canzoni, hanno una dimensione cinematografica. Si ritorna insomma al concetto di “musica da vedere”, musica che riesce ad evocare qualcosa di visivo. Io creo musica come un pittore, usando i campioni. Se uso la voce di Marlene Dietrich su di un campione industrial, creo un qualcosa di nuovo. Cioè mi sposto dall’industriale all’archeologico industriale e alla reminescenza degli anni 30, e così facendo è come se dipingessi una scena… La mia musica si basa anche sulle sinestesie, e di suono e di significato.

In Let’s go minimal tu giochi, cito testualmente, “sull’impossibilità di accontentarsi del minimale, estetica oggi perbenista e massificata”. E allora la domanda è d’obbligo: come si è evoluto la musica elettronica in genere, quella sperimentale in particolare, da quando hai iniziato ad oggi?

Debbo dire la verità: io mi sono innamorato tardi della musica elettronica, provengo da altri generi, come il jazz, quindi distanti anni luce da questo mondo. Tuttavia non amo troppo assecondare le correnti e quindi, volgendo lo sguardo intorno a me,  ascolto veramente molto minimalismo. Il minimalismo fa rima con perbenismo perché per me non è sincero. Non ci si può, almeno nella mia personale visione del mondo, accontentarsi di non fare mai un passo al di là del proprio seminato, rimanendo sempre belli precisi, eleganti ed impettiti. A me piace il concetto di sottrazione, di pulizia e rigore ma quando questo diventa uno standard di omologazione per fascie medio-ricche (nel design, nel vestire, anche nella musica, come ad esempio che musica si mette in un bel salotto minimale di design? Suoni minimal, come l’arredo), allora diventa perbenista e superficiale. Anche nell’architettura, lo stile minimale ha corrotto al contrario la fantasia dell’uomo: da un qualcosa di pulsante e vivo, si è passati a strutture statiche e nate morte. Per me l’arte è qualcosa che palpita e che difficilmente può essere inchiodata in stereotipi. Certo i miei amici hipster mi fanno ascoltare un sacco di band, alcune molto brave, ma pochissime mi catturano. Se non si osa non si ottiene nulla. Let’s go minimal  è proprio questo: uno sfogo creativo, un divertissement tremendamente fecondo.

Visibile Music For Unheard Visions ruota, come un pianeta attorno ad una stella, intorno al ricordo. Quanto consideri importante ricordare qualcosa di vecchio per poter creare qualcosa di veramente nuovo?

Penso che nella creazione sia fondamentale. Tu puoi usare tutta la tecnologia che vuoi ma alla fine dovrai sempre fare i conti con la creatività umana. L’arte è veramente arte quando cambia rispettando e rispecchiando il proprio tempo. Se io ora dipingo una madonna del Quattrocento sono fuori tempo. Detto questo si può fare un arte atemporale, universale, ma ci si porterà dietro sempre il “sentire” della propria epoca, perchè è proprio questo che fa la differenza tra il “recuperare” il ricordo, la tradizione e fare invece la copia quattrocentesca. Ci sono mille cose da scoprire, cerchiamo di non  “rincorrere il tempo che fugge” dietro ad inutili mode.

Mattia Nesto – OUTSIDERSMUSICA.IT

http://www.outsidersmusica.it/recensione/Bologna/review-intervista-giovanni-dal-monte-rispetto-e-rispecchio-del-proprio-tempo/

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

Artista con la A maiuscola e a tutto tondo, Giovanni Dal Monte si confronta da sempre non solo con la musica, nel disinteresse generale del pubblico italiano e – invece – suscitando curiosità oltr’Alpe, ma anche con le immagini.

Visible Music For Unheard Visions è un album che “gioca” con l’elettronica e con tutte le sue sfaccettature, affrontando di petto il nu-soul come la dark-ambient, campionamenti classicheggianti (Mussorgsky su tutti) e il cyberpunk, sicretizzando il tutto nella traccia finale, Let’s Go Minimal.

Più cerebrale che emotivo, Visible Music For Unheard Visions è una sperimentazione ben riuscita sui linguaggi della musica, affrontata con chincaglierie digitali ma – soprattutto – con le idee molto chiare.

Giovanni Dal Monte accompagna quest’album con una video-installazione (a Imola, sua città natale, fino al 25 luglio), mischiando ancora di più le carte e con la consapevolezza di aver realizzato un album che potrà risultare più che interessante a diverse fasce di pubblico.

Colto, intelligente, a volte sorprendente, Visible Music For Unheard Visions reclama un ascolto tutt’altro che distratto, orgogliosamente consapevole che potrà regalare molte soddisfazioni all’ascoltatore curioso.

ROCKSHOCK.IT

http://www.rockshock.it/recensione-giovanni-dal-monte-visible-music-for-unheard-visions/

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

Definire Giovanni Dal Monte un semplice musicista è riduttivo e lo dimostra lo stesso disco raccontato che stiamo per presentarvi. Più che un semplice track by track Giovanni ha voluto completare l’esperienza sensoriale data dall’ascolto del suo disco con delle immagini. Preparatevi quindi ad ascoltare, leggere e guardare il suo ultimo disco “Visible music for unheard visions”.

Cafe Richmond

L’album inizia in maniera violenta.

Il titolo mi è venuto dall’incontro che feci in un cafe a Richmond (Londra) con Barry Adamson e il suo giovane manager.
L’etichetta Trepok, per la quale il brano doveva essere pubblicato, lo ha definito “un drago che si morde la coda”.
Infatti i campioni si sviluppano in orbite di diverse ampiezze, come i pianeti, così che l’allineamento si verifica una volta ogni un determinato numero di orbite per ciascun pianeta. La sensazione di essere fuori dal tempo, e fuori tempo, in realtà è solo una sensazione; come il caos nel macrocosmo, caos che solo per brevi attimi si riallinea in armonia, il tempo qui segue orbite più ampie rispetto alla nostra visione. Solo per il nostro punto di vista, troppo vicino, non se ne coglie l’ordine della struttura, più grande.
Il pezzo contiene un sample di Kaffe Matthews.

Waves that never will be heard

La bozza di questo pezzo l’ho registrata per un film di produzione italo-libanese, che poi non si è fatto (assieme a “SHADOWS THAT NEVER WILL BE SEEN”)

Le onde (onde sonore, onde del mare) che non saranno mai ascoltate. Il rimpianto, la mancanza, il ricordo: questo brano è tutto questo.
Contiene campioni di M.P.Mussorgsky.

Tremor 1

Elettronica del ritmo, alla Mouse on Mars o Matmos, per intenderci. Malfunzionamenti. Qui la melodia sparisce, e solo l’armonia dei ritmi nel loro svilupparsi nel tempo, in maniera diacronica cioè, suggerisce linee narrative.

Con “TREMOR2” sono gli unici pezzi dell’album fatti con drum machines, evitando volutamente i campionatori, che in realtà preferisco.

From the cage

È una delle prime traccie che registrai quando passai dal 4 piste al computer, credo risalga al 1998, ma l’ho messa in questo lavoro perché da sempre volevo pubblicarla.

È una musica del ricordo dove i campioni del violoncellista Tristan Honsinger si sposano con i cori ultradimensionali. Molto lirica.

Tremor 2

Secondo capitolo del “tremore” precedente (Tremor 1). Si torna alle drum machine di cui sopra.

Elettronica del ritmo, alla Mouse on Mars o Matmos, per intenderci. Malfunzionamenti. Qui la melodia sparisce, e solo l’armonia dei ritmi nel loro svilupparsi nel tempo, in maniera diacronica cioè, suggerisce linee narrative.

Shadows that never will be seen

Altra bozza di brano registrata per un film di produzione italo-libanese mai realizzato (assieme al precedente “WAVES THAT NEVER WILL BE HEARD”)

Le ombre che non saranno mai viste. Ancora una musica evocativa, cicliche ondate che come un mantra si ripetono per carezzare l’ascolto.

Let’s go minimal (Bonus track)

E’ davvero una traccia che voleva essere minimale…una sera mi volevo rilassare e comporre qualcosa che potesse andare bene per gli aeroporti, tipo Brian Eno. Invece è uscita un’altra cosa, tutt’altro che minimale, un “divertissement” funk-progressive che gioca sull’impossibilità di accontentarsi del minimale, estetica oggi perbenista e massificata, diventata superficiale e commerciale.

Come dice la voce urlante “sii elegante, non esagerare…sii minimale” mentre un vortice di ritmi la trascina in un ritornello sfrenato. “Per favore, dillo, dì che hai bisogno di qualcosa di più…se non ti trovi a tuo agio nel minimale…puoi avere il concettuale”, suona come una sarcastica minaccia.
Può contenere tracce di Marlene Dietrich.

Gianluigi Peccerillo  DLSO (dance like Shaquille o’neil)  29 luglio 2015

http://www.dlso.it/site/2015/07/29/giovanni-dal-monte-visible-music-for-unheard-visions-disco-raccontato/

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che l’album che presentiamo oggi non è né facile né per tutti né, tantomeno, estivo anche se è uscito il 14 luglio. Lontanissimo dal concetto tradizionale di canzone, orientato verso una sperimentazione che contamina musica classica con  manipolazioni elettroniche di ogni tipo, si pone come scopo quello di evocare nell’ascoltatore ricordi, immagini sensazioni seppellite nel subconscio dalle vicissitudini del quotidiano.

Il titolo, non a caso, è Visible Music For Unheard Visions e porta la firma di Giovanni dal Monte artista non nuovo a questo tipo lavori e, soprattutto per questo, molto apprezzato.

Opere concettuali? Ermetiche? Seminali? Minimali? La risposta a tutte queste domande in parte è sì. Una risposta che nasce immediata soprattutto dopo i primi disorientanti ascolti. Un disorientamento che stimola il riascolto o, se preferite, l’ascolto attento. Solo dopo, infatti, emerge l’aspetto più vero di questo lavoro: quello psicologico – evocativo.
Nel silenzio notturno della mia stanza, al chiarore della luna piena e della volta celeste, quest’opera ha dato corpo ad immagini del passato sopite nel mio subconscio, evocato volti e fatti che il tempo sembrava aver cancellato. Un’esperienza intensa che mi auguro ognuno a modo suo, nel proprio angolo di tranquilla solitudine, possa ripetere.
Un itinerario irto d’insidie quello che propone Giovanni dal Monte, un itinerario che non mancherà di stupire chi ha voglia di confrontarsi con il proprio Io sopito.

Fortunato Mannino (sound36)

http://www.sound36.com/giovanni-dal-monte-visible-music-for-unheard-visions/

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

E’ interessante l’idea dietro al nuovo album di Giovanni Dal Monte, sperimentatore elettronico e video maker attivo dagli anni ’80 noto anche come La Jovenc: la musica deve essere visibile perché innesca l’immaginazione, mentre le visioni devono essere ascoltate, ovvero (ri)associate ad un corrispettivo sonoro. In queste sette tracce strumentali si percorrono effetti sinestetici , fino dove concettualità ed emozione vanno a toccarsi in beats rumorosi e caotici come in Cafe Richmond, nella malinconia ondeggiante delle speculari Waves that never will be heard e Shadows that never will be seen (entrambe con archi), nelle ritmiche disturbate e volutamente alla Matmos delle due Tremor e nel sinistro lirismo con cori e campioni di violoncello in From the cage.

Elena Raugei, Mucchio Selvaggio  luglio/agosto 2015  – n.732/733

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

Sonorità tutt’altro che facili e commerciali, suggestioni ambientrepetitive music, citazioni classiche, contaminazioni, trepidazioni musicali, suoni eterei, dissolvenze sfumate, memorie proustiane, ma anche inserzioni, rumori, malfunzionamenti, cacofonie, che convivono con melodie, armonie, ritmi… insomma, l’elettronica al servizio delle emozioni più multiformi e sottili.

E tutto questo c’è già nel titolo del disco: Visible Music for Unheard Visions (prodotto da SonicaBotanica e in uscita il 14 luglio), costituito da una doppia sinestesia: una musica che si vede, delle visioni da riascoltare. Stiamo parlando del nuovo lavoro del musicista, performer, videomaker – ma è difficile trovare una definizione giusta per lui – Giovanni Dal Monte (noto anche come La Jovenc). In azione fin dagli anni Ottanta, è più noto all’estero (grazie alle sue innumerevoli collaborazioni con artisti internazionali di musica elettronica, partecipazioni a festival, realizzazioni di colonne sonore) che in Italia, dove, peraltro, è stato più volte premiato nell’ambito della sperimentazione e dell’avanguardia musicale.

Ora intende sovvertire completamente l’antico detto del nemo propheta in patria, esponendo le proprie installazioni proprio a Imola, fino a sabato 25 luglio, presso la galleria Il Pomo da DaMo (via XX Settembre 27), con una mostra dal titolo identico a quello del disco. All’interno dell’evento, venerdì 17, alle ore 21,30, presso il cortile di Palazzo Tozzoni (via Garibaldi 18), esecuzione dell’opera con, alla batteria, Simone Cavina dei Junkfood. Ingresso gratuito; parte del ricavato della vendita del cd andrà all’Ant (Associazione nazionale tumori) della cittadina romagnola.

Consigliamo all’ascoltatore-spettatore di abbandonarsi, senza troppe mediazioni consce e razionali, all’ascolto-visione delle sette tracce di Visible Music for Unheard Visions, perdendosi in luminescenze elicoidali, in interstizi magici, in sfuggenti labirinti. Sì, alcuni brani possono apparire “difficili” e ostici, ma si resta ammaliati dalla fascinazione di Waves that never will be heard? Onde chenon saranno mai ascoltate, così come Dal Monte crea ombre che non saranno mai viste (Shadows that never will be seen). In From the cage liriche voci ultradimensionali s’inseguono e s’aggrovigliano con dissonanze misteriche. Mentre “pop” e di più facile ritmo elettronico appare il divertissement Let’s go minimal, che, peraltro, invita, in maniera apparentemente contraddittoria, in realtà sarcastica, a non appagarsi del minimale massificato e perbenista. Musiche evocative, tragitti entro dimensioni di ombre e luci, sibilline blandizie, danze enigmatiche tra passato e futuro.

Rino Tripodi

(LucidaMente, anno X, n. 115, luglio 2015)

http://www.lucidamente.com/32131-la-musica-e-le-immagini-di-giovanni-dal-monte-imola-fino-al-25-luglio-tripodi/

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VISIBLE MUSIC FOR UNHEARD VISIONS

http://www.sonofmarketing.it/news-il-nuovo-album-di-giovanni-dal-monte/

son of marketing

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Visible Music for Unheard Visions

Tra i tanti gironi di cui è composto l’universo musicale,Giovanni Dal Monte appartiene sicuramente a quello dei “Dimenticati” (o degli “Ignorati”, che dir si voglia). Musicista, compositore, artista, videomaker e segugio di prim’ordine nel panorama della musica elettronica. In Italia, ovviamente, si preferisce parlare di Suor Cristina , Arisa seduta sul WC e di tante altre “star” che ormai con la musica c’entrano ben poco. Del resto, “abbiamo il mondo che ci meritiamo”, per citare il buon vecchio Colin Farrell.

Chiusa questa introduzione polemica forse dettata dal caldo dell’anticiclone Flegetonte (eh sì, si chiama così), parliamo di “Visible Music For Unheard Visions”, nuovo album di questo artista nato ad Imola, ma che comunica (giustamente) in inglese.

La prima impressione è  l’amalgama di stili e influenze contenuti in esso. C’è tutto, ma proprio tutto.

“Cafe Richmond” apre le danze (anche se qui, da danzare, c’è ben poco) con un’atmosfera dark-ambient, che comunica tensione e insicurezza. Il pezzo segue un andamento ciclico, nonostante il tema centrale si ripeta ad intervalli irregolari. Un’equazione matematica senza soluzione.

“Waves That Never Will Be Heard” ha un piglio -se vogliamo- opposto al precedente. Nostalgico e retrò, è costituito da samples di Modest Petrovic Mussorgsky, pianista dell’ottocento vissuto in quella Russia zarista che vomitava arte e genialità. Più o meno a metà arrivano anche i cori: inquietanti.

“Tremor 1″ e “Tremor 2″ rappresentano forse la parte più ordinaria (o meno particolare) del lotto. Tornano i bpm, le percussioni e i bassi. Si percepiscono somiglianze con altri artisti “da consolle” contemporanei.

La perla che vale l’intero album  è “Shadows That Never Will Be Seen”, se non altro per le peculiarità proprie di una”soundtrack” fatta con i fiocchi. Ho pensato subito a John Williams (e a Star Wars), almeno fino all’arrivo della voce lirica (la quale si distorce nel corso del pezzo, imboccando strade imprevedibili).

Con la bonus track “Let’s Go Minimal” si chiude un disco particolarmente atipico nel panorama elettronico (e non solo) italiano. Passato e presente  vanno a nozze su uno sfondo cyberpunk, ma intriso di romanticismo. Lorenzo Dal Monte si dimostra un artista eclettico, in grado di giocare con la propria musica con intelligenza e buon gusto. Consigliato a tutti.

Jacopo Misiti  LOUDVISION  luglio 2015

http://www.loudvision.it/giovanni-dal-monte-visible-music-unheard-visions/

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Visible Music for Unheard Visions (sulla mostra omonima – a cura di Luca Beatrice – alla galleria Pomo Da DaMo)

Parlare oggi di contaminazioni può sembrare addirittura un luogo comune, tanto ormai è conclamata la tendenza dell’arte a mescolare i linguaggi: pittori diventano videomaker, musicisti si misurano con l’immagine, performer scivolano verso la rappresentazione teatrale. E viceversa, naturalmente.

Se c’è una conquista estetica della nostra generazione, in particolare di chi è emerso negli anni ’90, è proprio quella di superare gli steccati linguistici e di voler sperimentare per ogni occasione che si presenti lo strumento ideale per dire una cosa. Oggi un artista non è più solamente pittore, scultore, videomaker, ma usa ciò che gli serve nella maniera più opportuna. Talvolta a rischio irriconoscibilità, eludendo il concetto di stile, prendendosi pericoli maggiori, eppure dimostrando la vitalità di un progetto articolato e complesso.

Giovanni Dal Monte appartiene a questa categoria sempre più diffusa di artisti che si esprime a 360 gradi: definirlo è molto difficile, limitarne l’operato in un solo ambito impresa destinata a fallire. Se volessimo trovare un punto di raccordo tra le diverse sue esperienze, potremmo dire che il lavoro si sforza di tradurre in immagini i suoni e, per contro, di utilizzare la musica come ulteriore corpo alla banda video. Partendo dal presupposto che il suono è la categoria più immateriale dell’arte, Dal Monte ne rovescia l’assunto e prova letteralmente a scolpire le note poiché esse riescono a determinare presenze ulteriori e sorprendenti: il suono ha a tutti gli effetti uno spessore, una sostanza, un peso soprattutto se utilizzato su supporti differenti aldilà del semplice ascolto che se ne può fare.

Si parlava degli anni ’90, in apertura. Bene, va detto che quel decennio ha inaugurato un modo completamente diverso nel fare musica. Si è cioè capito che la forma più sperimentale e avanguardista stava nell’elettronica, capace di attualizzare l’assunto punk del Do It Yourself, che peraltro anche Andy Warhol aveva già evocato nella pittura delle sue origini. Un tempo, infatti, era ben più netta la distinzione tra intrattenimento e musica colta, due mondi che quasi non si parlavano, mentre da una ventina d’anni circa è bastato un laptop per indagare qualsiasi tipo di sonorità, abbassando al contempo costi di produzione e distribuzione. Logico che l’elettronica si sia sviluppata in maniera esponenziale insieme al web, grazie a canali di diffusione sempre più capillari e senza filtri, che hanno mandato definitivamente in crisi il vecchio sistema imposto dalle etichette discografiche. Nella musica di Dal Monte le influenze sono molteplici, c’è chi ha parlato di uno spettro che va da John Zorn ai Matmos per intenderci, senza dimenticare la musica etnica e il minimalismo d’avanguardia.

Arte contemporanea e musica si somigliano per l’importanza che investono nella parola “indipendente”, il luogo in cui le idee si formano entrando in rotta di collisione con molteplici stimoli senza che ci si ponga ancora il problema della risposta del mercato. E’ il posto dove si vanno a cercare le cose, nell’imperfezione e in tutto quel materiale magmatico che solo in un secondo tempo verrà sistematizzato o incasellato. Prima insomma che intervenga il mainstream a dettare nuove regole, talvolta a condizionare la creatività più pura.

In tal senso Dal Monte è un artista di ricerca che si presenta qui a Imola, nella mostra alla giovane realtà espositiva il Pomo Da Damo di Imola, in tutta la sua complessità senza tralasciare alcun aspetto della propria poetica. Visible Music for Unheard Visions, apparente contraddizione in termini, è il titolo di questa sua personale il cui catalogo si presenta in forma di cd con relativo booklet illustrato, poiché sono le tracce sonore l’origine da dove il progetto ha preso forma: ci accompagneranno durante la visita, poi potremmo riascoltarle a casa in una fruizione privata e senza interferenze. La selezione di video che Dal Monte ha scelto è tratta dal meglio della sua produzione recente, dove lui è spesso attore oltre che regista e compositore della colonna sonora. Bob’s Kisses Remove will and memory indugia sul corpo di una giovane donna sdraiata su un letto di paglia che rivive se stessa attraverso i fili della propria memoria fino a cambiare forma, avvolgendosi nel fieno per assumere le sembianze di un corpo performantico, come nelle opere di Land Art di Ana Mendieta e vagare senza meta per la strada di una città. Questo del camminare è tema che torna anche in Going Home, forse il più poetico dei video di Giovanni Dal Monte, una passeggiata di un uomo verso un’ipotetica casa, a piedi nudi, nel paesaggio della Bassa Padana, in una giornata assolata tra polvere e calore.

Dall’intimismo di questi due lavori si passa a un aspetto decisamente più politico: Caire en Avril è uno spostamento (ancora una volta) tra le strade e le luci della città egiziana, in un crescente adrenalinico, costruito come un clip musicale, solo interrotto da sequenze dove torna la voce umana, in una riuscita opposizione tra interno ed esterno; Sicilian Yell for Ayan Hirsi Ali è invece dedicato alla scrittrice e attivista somala nota per l’impegno contro la dittatura e a favore dei diritti delle donne. Il lavoro più complesso, almeno da un punto di vista formale, è Superanima, teatrale, barocco e narrativo, che ospita diversi effetti speciali e dove la presenza attoriale di Giovanni Dal Monte è più evidente.

Ciò che colpisce, infine, è la capacita di fare tutto da solo e di farlo bene. Un lavoro decisamente originale e molto stratificato, mai banale senza essere didascalico, pieno di spunti che certamente l’autore romagnolo potrà sviluppare nel futuro.

Luca Beatrice

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“OBSCENITY” COMMERCIAL BY BRUCE LABRUCE

Hey Giovanni! thanks again for letting me use your beautiful song for the Obscenity “commercial”. i love it so much. you are the best! xxx Bruce

Bruce LaBruce (2014)

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REFORMING THE SUBSTANCE ( 2013 )

Ionosfera

In einem Urwald, von tierischen und maschinellen Stimmen, in einem Dschungel aus Geräuschen und Atmosphären, etabliert sich ein lockender düsterer Ruf. Akkorde verführerisch und gewinnend saugen den Hörer in ein Panorama aus Atmosphären und Stimmen. Dann, nach einer kurzen Pause hört man Stimmen, Funkrufe, die die Atmosphäre konterkarieren und somit neu bewusst machen. Diese Stimmen passen nicht in den Geräuschewald und der blecherne Rhythmus beweist, dass das Unheimlich Programm ist und der Hörer in einem Urwald aus technischen und animalischen Stimmen gestrandet scheint. Sehr verführerisch und alptraumhaft das alles, eine Kulisse des Unheimlichen. Mit einem Trommelwirbel vergeht der Sog, das technische Zirpen bleibt. Wie ein heißer, schwüler Traum in einer dunklen Nacht. Sehr enigmatisch.

Boris on Broadway

Fast eine technische Rapsodie, völlig klar: wir sind in der neuen Welt, ein hämmernder Metropolis-Sound setzt sich durch und ab von der Atmosphäre des Eingangs. Wie auf Regentonnen geschlagen, klingen die Schläge, wie dunkle Wolken über einem Horizont aus musikalischen Fetzen, Opernstimmen, Verkehrslärm, Sirenen, eine Stadt, Dampfmaschinen all das sucht einen gemeinsam Klang, eine durchbrechend klingenden harmonischen Akkord. Orchestermoment setzen sich vom purem Schlagwerk ab. Zaghaft und dann immer zäher setze sich eine Stimme durch, sucht ihren Part in dem Stück Großstadtmusik, Metropolenfantasie. Wiederholungen, Schleifen, abruptes Abreißen als suchte der Empfänger den Sender klar zu fokussieren, als wolle der Adressat den Absender begreifen, nach einer Nachricht, nach einer Stimme, einem Refrain suchen. Ein großes Chaos von Sirenen und Chören sucht wirbelnd, irrlichternd einen Raum im fremden Rhythmus. Definitiv ein Trip dieses Stück; ein Programm, eine Strecke, sehr unterschiedlich und vage, immer auf dem Weg nach der abschließenden Ansage, die nie kommt. Sehr brüchig, sehr künstlich, nie hermetisch und ein kleines Stück rasende Großstadt. Die an Koyaanisqatsi erinnert. Eine Suche nach Melodie, nach Erinnerbarem, nach Geschichte. Und dann Geräusch des Spielautomaten, alles nur stark verdichtet oder erdichtet? Dann die immer wiederkehrende Phrase und die Stimmen wie Mickey Mäuse, wie Tinker Bell, Sylphiden — vor dem dräuenden finalen Akkord. Nichts. Es klingt nach. Aus.

K491KV421

Zu Beginn: ein Metallener-Wagner. Rheingold-artig umwogen Klänge und ein desperates Pizzicato den ersten Chor, Reste von musikalischen Nummern. Leise, suchend, webend. Allein und isoliert erklingen Instrumente, verzerrt die Stimmen. Eine breite, horizontale Welle bringt die Reste einer Mozart Arie in die Erinnerung, fast wie eine hängende Platte, ein ewiger, unheilvoller Ohrwurm über dem Palimpsest-artig bekannte und geträumte Melodien und Arien – Erinnerungen an die Wiener Klassik? – liegen, dunkel herauf beschworen, wie geträumt. Erträumt eher weniger? Dann abgelöst von hellen Mozartesken Sphären? Eine Suche nach Tempo, Melodie und Zeitläufte.

 

REFORMING SUBSTANZ (CD)

Ist eine zitatenreiche, tempo- und abwechslungsvolle, hoch theatralische und stets lyrische Musikkulisse. Eine musikalische Textur. Sie sampelt eigene Empfindung, (alp-)traumhafte Momente und klassische Musikzitate zu seinem inspirierenden Furioso. Niemals kann der Hörer außen vor bleiben, sondern wird in unterschiedliche musikalische Welten, in Umgebungen und Stimmungen gezogen.

Ähnlich wie in F. Truffauts Klassiker „Fahrenheit 451“ die Menschen Bücher auswendig lernen, um sie vor dem Vergessen und Verbrennen zu bewahren, so stellt Giovanni Dal Monte Atmosphären und Stücke zusammen, gegenüber und gegeneinander, lässt sie sich umkreisen in Schleifen und Wiederholungen, zu einem daccapo der besonderen Art. Dal Monte verfremdet Motive, Hörgewohnheiten außer Acht lassend, und stellt so eine Frage an den Hörer: Was erinnerst du und was behältst du – welche Musik, welche Melodie bleibt dir und in dir zurück. Wo bist in und durch diese Musik, diesen Sounds. Was fesselt dich nicht bloß ein paar Takte, sondern über die Musik hinaus? Was löst ein Klang aus und wie bleibt er beim Hörer zurück? Eine dramatische, elektrifizierende Musikreise.

Andreas Beck, Schauspielhaus, Wien, Austria

Ionosfera (FROM REFORMING THE SUBSTANCE)

“In una foresta di voci meccaniche e animalesche, in una giungla di rumori e atmosfere si impone un cupo,  allettante richiamo .
Seducenti accordi risucchiano vincenti l’ascoltatore in un panorama di atmosfere  e rumori.
Poi, dopo una breve pausa si odono suoni, radiosegnali che fanno interagire queste atmosfere , creando una nuova consapevolezza.

Questi suoni non si accordano nella foresta di rumori e il ritmo metallico testimonia che si tratta di un inquietante programma in cui l’ascoltatore si sente incagliato, in una foresta di voci tecniche e animalesche.

Tutto è seducente e al tempo stesso spaventoso, la scena del perturbante.
Con un rullo di tamburo cessa il risucchio, rimane il tecnico frinire.
Come  un bollente, plumbeo sogno in una  notte scura. Molto enigmatico.”

Boris on Broadway (FROM REFORMING THE SUBSTANCE)

“Quasi una rapsodia tecnica, e’ assolutamente chiaro: siamo nel nuovo mondo dove il rumore martellante della metropoli sì impone fin dall’atmosfera d’ingresso.
Come sbattuti fuori da una botte, piovono da una nuvola scura  i suoni sopra un orizzonte composto da brandelli musicali , arie d’opera, rumori del traffico, sirene, rumori della citta’ , macchine a vapore che cercano insieme un timbro, un passaggio verso un  armonico accordo orchestrale. Cercano di riassestarsi unite in un limpido meccanismo.

Timida, e poi sempre più accanita, una voce si impone, cerca la sua parte nell’insieme della musica della grande citta’, fantasia della metropoli.
Ripetizioni, abrasioni,  brusche demolizioni , come se il destinatario cercasse di focalizzare chiaramente il mittente, come se volesse afferrarlo seguendo un avviso, una voce, nella ricerca di un refrain.

Il caos di sirene e cori  cerca vorticosamente, fatuamente, la sua collocazione in un ritmo alieno.
Insomma un trip questo brano, un programma, un percorso molto eterogeneo e vago, sempre sul sentiero dell’annuncio finale che mai giunge.

Molto fragile, molto artefatto, mai ermetico , un piccolo pezzo della frenetica citta’. Che ricorda Koyaanisqatsi.

Una ricerca  di una melodia attraverso i ricordi e la storia. Poi il suono delle macchine da gioco: tutto fortemente condensato o solo immaginato? Una frase ricorrente, le voci di Topolino, come campanellini, come silfidi; prima dell’incombente accordo finale. Poi il nulla. Nessun suono. Fine.”

K491KV421 (FROM REFORMING THE SUBSTANCE)

“All’inizio un Wagner metallico, un clangore dall’ “Oro del Reno“, il disperato pizzicato del primo coro, residuo di numeri musicali. Cercando, tessendo l’ adagio.
Il suono di un isolato strumento altera le voci.
Un’ampia onda orizzontale porta in ricordo  i resti di un’aria mozartiana .

Quasi come un disco sospeso, un perenne nefasto ritornello giace scuro lassu’, sul palinsesto di melodie e arie conosciute e sognate ( ricordo dei classici viennesi? ), scongiurante come in un sogno.
Forse non veramente un sogno?  Le chiare sfere mozartiane ne prenderanno il posto.
Una ricerca del tempo , della melodia, e del trascorrere del tempo.”

Reforming the substance (CD)

“E’ una scenografia musicale ricca di citazioni e diversivi, altamente teatrale  ma sempre lirica. Mostra una forte consistenza musicale.
GDM coniuga le proprie emozioni, i momenti di sogno (o di incubo), le citazioni musicali classiche con la sua furia ispiratrice. L’ascoltatore non potrà più rimanerne fuori, e sarà spinto verso mondi musicali diversi , in ambienti e stati d’animo .

Cosi come nel classico  “Fahrenheit 451” di F. Truffaut, in cui le genti  imparano i libri  a memoria per salvarli dall’oblio e dalle fiamme, Giovanni Dal Monte recupera la sostanza, colloca insieme atmosfere e brani, gli uni di fronte agli altri , gli uni contro gli altri, li fa girare attorno a loro stessi in cicli e ripetizioni fino a un daccapo di arte speciale.

Dal Monte rende estranei i motivi e  le abitudini di ascolto , lasciandoli da parte, e pone delle domande all’ascoltatore: cosa ti ricordi e cosa ti rimane dentro? Quale musica, quale melodia ti rimane impressa?

Dove sei tu in questa musica e attraverso di essa?  Cosa non ti lega meramente al ritmo ma va oltre alla musica stessa?
Cosa  scatena  un suono  e come questo rimane dentro all’ascoltatore?
Un drammatico, elettrificante viaggio musicale.”

Andreas Beck, Schauspielhaus, Wien, Austria

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Reforming the substance ( 2013 )

 La musica di GDM prende forma e sostanza dall’esperienza del Novecento, il secolo del frammento e della riproducibilità tecnica. La scena dell’avanguardia elettronica e l’humus culturale ed artistico degli anni Ottanta e Novanta rappresentano le coordinate di una produzione musicale che racchiude un esprit del provvisorio, secondo una sensibilità visionaria e dissacrante.

Brandelli di sogno, polvere di sapienza e suoni combinati sono gli appunti di una meticolosa poetica, in cui l’oscurità fa parte del gioco ma lascia intravedere profetiche  soluzioni e prospettive differenti.

Musica concettuale, con una matrice pop, per corpi emozionali, che esprime la sua massima potenzialità comunicativa quando stabilisce un rapporto con il mondo del cinema e dei video, pur mantenendo una propria autonomia linguistica.

Il procedimento pop mescola ed eleva la quotidianità e l’immaginario, personale e sociale, per farlo diventare altro, veicolo comunicativo di straniamento e di significati multipli, dando vita ad una musica che si appropria di tutti gli stereotipi delle produzioni del suono in maniera ironica e programmata.

All’interno di questa logica riformare la memoria vuol dire ricostruire la tradizione attraverso il cambiamento, quindi una rivoluzione linguistica che ne modifica il contenuto a favore di una molteplicità del suono e del significato. Si determina così una poetica che è frutto di un culto ossessivo che non conosce pause, in un rituale in cui la fluidità liquida di suoni concreti, jingles jazzistici, citazioni, Strauss e i lieder, tradizione e avanguardia, determinano un’archeologia del presente, dove le narrazioni ricomposte sono, alla base di un immaginario sinestetico,  in cerca di echi e legami tra le diverse dimensioni dell’esperienza artistica contemporanea.

Giuseppe Carrubba (Critico d’arte e curatore indipendente) Siracusa Italia

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su “Le Caire en avril” from REFORMING THE SUBSTANCE ( 2013 )

All’aurora, quando i primi raggi del sole accarezzavano le ruvide superfici delle piramidi, e nel momento in cui il muezzin inizia il suo canto, GDM ancora inebriato dai profumi delle polveri dei quartieri del Cairo, ebbe una rivelazione: trovò quell’immagine che portò John Cage alla disperazione, ascoltò l’infinitezza delirante nella voce di Umm Kulthum. Mentre Ionosfera lambisce geografie tenebrose, Le Caire en Avril tenta di conseguire un coronamento luminoso.

Al Fadhil, visual artist, Lugano Switzerland

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REFORMING THE SUBSTANCE ( 2013 )

“Quello ch’è stato è quel che sarà; quel che s’è fatto è quel che si farà; non v’è nulla di nuovo sotto il sole. (Ecclesiaste 1:9)

A meno che non si creda nelle muse o nel fenomeno della musica che passa attraverso l’ inconscio, come un vascello incontrollabile, allora si conviene che quasi sempre la musica si sviluppa da musiche precedenti, è informata dalle altre arti e anche riflessa attraverso la vita del suo autore.

La domanda, come disse Ezra Pound è come “farlo nuovo.” L’album di Giovanni Monte, “Reforming the substance”, cerca un nuovo significato attraverso la trasfigurazione elettronica di una grande varietà di elementi – soprattutto provenienti dalla musica classica.

La tecnica poetica di giustapposizione in “K491KV421” permette alle armonie audaci di “ricostruire” Mozart sotto una nuova luce. Un passaggio accelerato dal “Laudate Dominum” di Mozart converte un vivificante vibrato in qualche cosa di completamente diverso – non di questo mondo, ma non etereo.

Definitivamente non di questo mondo è “Ionosfera” che mescola alcune registrazioni NASA della ionosfera terrestre alla  scrittura orchestrale sintetizzata di Dal Monte.

“Pathosformel” ridefinisce la tradizione pastorale inglese, e le ultime liriche in esperanto danno il colpo di scena finale ad un panorama armonico già molto lontano dalla verde e piacevole terra d’Inghilterra.

“Boris on Broadway” presenta campioni del “Boris Godunov” di Mussorgsky in un fotomontaggio con i rumori delle strade di New York, dove Dal Monte assistette alla rappresentazione di quell’opera. La musica dell’eroe di Pushkin si coniuga e dialoga egregiamente con una batteria di suoni del 21 secolo.

“Unser Abendrot” rende ossequio a Richard Strauss, anche se la musica è completamente di Dal Monte (in questo caso non si lavora sui campioni dell’originale)

Il brano per me più di rilievo, “ Le Caire en avril “ lo è per varie ragioni. Prima fra queste è la miscela di caos e serenità , ed il fatto che questo ritratto di ‘Primavera araba’ al Cairo catturi e suggerisca l’incertezza del futuro di quella instabile  regione. L’uso di due episodi di ritmica in 7/4 contribuisce grandemente all’energia del pezzo – evitando il facile conforto del tradizionale 4/4 del rock. C’è un allarme genuino nelle note di apertura, e una calma – benché sempre ansiosa – in un passaggio che mi ricorda  leggermente “Crystal” dall’album del 1972 dei Weather Report, “I sing the body electric”.

Durante una recente visita ad Edinburgo, il batterista Peter Erskine ha descritto gli album dei Weather Report , del periodo anteriore alla sua presenza, come fossero “cartoline dal futuro.”

Il riferimento fortuito a tale riconoscimento è un vero onore. Gli ascoltatori alla prima volta potrebbero avvertire che l’influenza dell’egiziano/arabo nel brano non è evidente. Infatti, questo è precisamente il punto.”

Alan Coady, independent press reviewer, blogger, musician, teacher, Edinburgh UK

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REFORMING THE SUBSTANCE ( 2013 )

Sto ascoltando e riascoltando le composizioni/invenzioni/contaminazioni/divertissement/fantasie di GDM e non mi stanco mai di scoprire nuovi particolari affascinanti, caldi, divertenti. Mi piace moltissimo il modo in cui GDM trasforma con affetto, calore e una fantasia totalmente libera da preconcetti, il materiale classico da cui parte, sempre rispettandone il colore e la sostanza intima.

Mario Giovanni Ingrassia, Mamusic, Firenze Italia

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“OFFING JACK” di BRUCE LABRUCE (musica da SUPERANIMA)

Hi Giovanni: great! I’m glad you like it! ..yes i like it the best too! LOL. Your music makes a big difference. XXX BLAB

Bruce LaBruce (su “Offing Jack”, 2012)

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Perverse or Polymorphous

Mr Giovanni ‘La Jovenc’ Dal Monte has a reputation as a music maker’s music maker, mixing up electronica and trip hop with avant-garde sounds and odd textures. The Italian producer and soundtrack artist (his work can be heard on films by infamous queer director Bruce LaBruce) creates a sound world which mixes film noir swing with chattering, chopped-up vocals and acid beats, stream-of-consciousness lyrics with body-popping synth pop. His thick Italian vowels lend an extra seedy film to his monologues on ‘Love of My Life’ and ‘Fat Slut Scot Mod’, vignettes on high times among the low-life.

Oct 2011 Rich Morris SOUNDBLAB

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Perverse or Polymorphous

La Jovenc’s (real name Giovanni Dal Monte) album Perverse or Polymorphous it has to be one of the most bizarre albums you’ll ever listen to. There are certainly some people out their who have nothing but praise for the album. If you happen to like experimental music with strange outcomes, by all means give Perverse or Polymorphous a listen, but it certainly isn’t going to be everyone’s cup of tea.

Oct 2011 Kellie-Marie Hood IS THIS MUSIC?

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Perverse or Polymorphous

The formula: crooning plus odd spoken word (in a French accent), over a bizarre selection of music, which jumps about all over the place. He croons over abstract dubstep/electronica, then he talks love over a jumbled-up striptease track. And there’s also cheesy Euro-dance, with Come In From Out of the Rain, suitable for fetish nights. His acid breakbeat works strangely well with his verbal ranting, as shown on Fat Slut Scot Mod and Moonglow. Whether or not his mentalist antics are genuine, the fact that he seems to be deliberately avoiding any particular type of an audience deserves respect. As does the line “Fatty loves to be in love, perhaps when in the car plays rhythm’n’soul”

Sept 2011 24/7 MAGAZINE

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Perverse or Polymorphous

The way I feel about this album is the same way I feel about Nick Cave or V For Vendetta. These are all things that I just can’t get into no matter how hard I try, yet at the back of my mind I’m perfectly aware that it’s a probably a lapse in my judgement and everyone else is right. La Jovenc (real name Giovanni Dal Monte) is an avant-garde musician’s musician – the Italian electronic producer has received huge praise from Barry Adamson, who composed the music for many David Lynch films (which only adds to the guilt of the music going over my head as I love all things Lynch). There’s a level of experimentation I can dig; but this goes further – which only leaves me feeling ignorant as if my music taste has low self-esteem. Dal Monte is clearly a very talented musician; the music is incredibly technical with obvious logic behind it, but the intelligence behind the music somewhat leaves the listener with a feeling of ignorance for not under standing.

Sept 2011 ALMOST BLUE Rory Cargill

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Perverse or Polymorphous

This is wonderful

Sept 2011 RADIOMAGNETIC

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Superanima

“Your music is fab” Nicolette (Massive Attack)

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Superanima

“Amazing jazz avantgardiste, really good work Giovanni” Art ensemble of Chicago

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OTTO, OR UP WITH DEAD PEOPLE di BRUCE LABRUCE

“Thank you Giovanni! Your music elevates the images into something sublime and completely different. xxx Bruce”

Bruce LaBruce (sul film “Otto or up with dead people”, 2008)

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STORUNG FESTIVAL 2 – BARCELONA, 2007 | UN CONCIERTO SERIO

Una vez superadas nuestra ansias de cerveza y humo pudimos degustar el generoso buffet de sonoridades que La Jovenc nos ofreciò, éste, a diferencia de Nigul nos planteò una sesiòn bastante larga donde se hizo patente el caracter ecléctico de este artista italiano. Con influencias de la musique concrete, La Jovenc nos transportò a un espacio de interacciòn experimental donde pudimos comprender lo amplio de las influencias del italiano. Su recorrido nos llevò a través de la experimentaciòn ritmica hasta los arreglos jazzi­sticos del ùltimo tema donde una acertadì­sima Balbina nos dijo que eso le hubiese gustado a Lynch, también lo creemos asì.La Jovenc se nos presenta como un puente de enlace entre las sonoridades electroacùsticas de los anos setenta y la sintetizaciòn industrial de nuestros dì­as. Es un muy buen ejemplo para desenredar la marana que separa a los mùsicos mas contemporaneos de los clasicos de la electroacustica.

Edu Comelles Allué

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IXEM FESTIVA PALERMO 2007

Non sempre, e non per tutti, valgono le perplessità appena citate: Going Home, per esempio, per quanto sia assente l’intervento sonoro in tempo reale di Jean de La Jovenc (nome d’arte di Giovanni Dal Monte), può comunque essere gustato come un cortometraggio (realizzato da Devis Venturelli) dal forte impatto evocativo, incentrato su un fantasmatico percorso tra tra vapori, polveri e sabbie, la cui vena surreale è accentuata dalle distorsioni elettroniche sempre incombenti sulla stranita sezione fiati di una big band. Il suono, da spiazzante colonna sonora.

Ermes Rosina

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The Opposite of Orange

”Superb” Barry Adamson

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The Opposite of Orange

“I enjoyed listening very much…” John Zorn

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The Opposite of Orange

“One of the most interesting releases on WLM to date” Ann Shenton (Add N to X)

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Birds make love with electric Ladybugs

Nuovo lavoro per l’instancabile Giovanni Dal Monte che concepisce questo lavoro per una mostra itinerante di macrofotografie completamente composto utilizzando samples di insetti e uccelli (e qualche piccolissima parte di synth). Creato, con la solita dose di (auto)ironia, come un “concept” dove coccinelle aliene arrivano dallo spazio e si uniscono al canto di uccelli ed insetti, queste cinque nuove tracce presentano una personale e il più delle volte riuscita concettualizzazione del suono per un artista che in ogni nuovo lavoro riesce a dire la sua e a proporre delle idee comunque mai banali.

(a.p.) BEAUTIFUL FREAKS.ORG 2005

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Birds make love with electric Ladybugs

Interamente composto digitalizzando suoni di insetti, con qualche inserto spurio(Galoppi qua, di la Bach), il nuovo lavoro del musicista bolognese è cybernetica entomologica “gentile”, architettonicamente vicina agli esperimenti “rinoplastici” dei Matmos. Certosino il lavoro, dance per colonie di insetti digitali (Miss Pepi eats the flies in electric Plutoland) glitch pop per praterie a cristalli liquidi (Butterfly kiss).

Dioniso Capuano BLOW UP 92 – 2006/01

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Lo-Fi Apocrypha

Torniamo ad occuparci di Giovanni Dal Monte che per questo nuovo CD adotta lo pseudonimo di Jean De La Jovenc. Nonostante il cambio di identità il registro sonoro su cui il Nostro continua a muoversi è quello di un autore (quasi del tutto) solitario che compone fra strumenti, sintetizzatori e computer brani di pregevole e varia fattura. Rispetto al suo recente passato Giovanni sembra virare verso un suono più sperimentale, forse più sintetico rispetto al precedente lavoro. Fanno capolino anche delle liriche, che in modo più o meno efficace compaiono in sette brani (su dodici) regalando un aspetto nuovo e intrigante a questa nuova, e ancora una volta positiva, produzione.

(a.p.) BEAUTIFULFREAKS.ORG 2003

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Lo-Fi Apocrypha

Di matrice più sperimentale la musica contenuta in “Lo-Fi Apocrypha”, nuova fatica di Jean de la Jovenc, alias Giovanni Dal Monte, artista multimediale versatile e dalle idee interessanti, sia quando si cimenta in canzoni vere e proprie, malinconiche e dalle soluzioni per niente banali, che quando, invece, si dedica ad un’elettronica dal grande potere evocativo. Battiti rarefatti, campionamenti e ambientazioni minimali sono le basi su cui vengono edificate architetture sonore senz’altro attente a quanto avviene in campo internazionale – dai Matmos all’indietronica tedesca – ma altrettanto in dubbiamente frutto di una sensibilità assai personale.

Aurelio Pasini MUCCHIO SELVAGGIO 557 – 2003/12

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Lo-Fi Apocrypha

Altri suoni come canzoni “altre”.Potrà forse non essere del tutto riuscito, una ciambella con buchi asimmetrici, tuttavia il cd del musicista bolognese manifesta una buona attitudine alla ‘song that breaks the mould’, tanto per citare l’albionica rivista. Dal Monte usa ironia in dosi massicce, e se vi è qualcosa di ‘buffo’ prevale sicuramente il “peculiar”, il surrealismo deformante. Dalla quinta traccia in giù, ossia per due terzi del disco, la forma-canzone diviene un pretesto per esercizi onirici, agganciati alla realtà con il ritmo, ma poliformi e fluidi come un palloncino mezzo pieno d’acqua. Già nella versione dub slow di The Man I Love (la migliore sintesi di Lo-Fi Apocrypha), una broda primordiale inizia a diffondersi. Scorre in Miles Escondido, When I’m Not in My Lab e nelle altre oleose composizioni, fino a ungere d’un alone uniforme il decubito blues di Saturno.

Dioniso Capuano BLOW UP 76 – 2004/09

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Sulla Natura delle Cose

In questo lavoro Giovanni Dal Monte (che si occupa, in quasi perfetta solitudine, di suonare tutti gli strumenti e i sintetizzatori) costruisce un variegato mondo di suoni e sensazioni immaginarie create con un lavoro di grandissima cura dedicata ad ogni piccolo particolare. Ci si trova facilmente rapiti e coinvolti nell’ascolto (consigliato in ore serali e in stanze poco illuminate) di brani che ci “parlano” (i pezzi sono tutti strumentali) di numeri pensanti in un stagno, di pisolini centrifugati (dormendo sulla lavatrice), delle profondità dell’universo (un sistema solare?). Insomma un disco quanto mai vario e affascinante che si fa piacevolmente ascoltare nei suoi quasi 73 minuti di durata.

(a.p.) BEAUTIFULFREAKS.ORG 2002

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Sulla Natura delle Cose

Di tutt’altro genere la proposta di Giovanni Dal Monte, musicista e compositore che in “Sulla natura delle cose” ha raccolto una quindicina di frammenti, composizioni e collages realizzati senza soluzione di continuità nel corso di altrettanti anni. Un disco solo all’apparenza disomogeneo, tenuto invece saldamente insieme da una forte personalità artistica e da una interessante vena sperimentale, che trovano sfogo tanto in lunghe divagazioni chitarristiche quanto in registrazioni di ambienti e cose, paesaggi sintetici e gustosi cut-up sonori in qualche modo imparentati con le ultime tendenze in campo elettronico. Un prodotto stratificato e per forza di cose non facile, dunque, oltre che privo di canzoni in senso stretto, ma che senza dubbio merita di essere avvicinato da quanti siano rimasti anche solo in minima parte incuriositi dalle parole appena spese in suo favore.

Aurelio Pasini MUCCHIO SELVAGGIO 503 – 2002/08

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Sulla Natura delle Cose

L’abbondanza del cd ci presenta un abile musicista di taglio elettronico-contaminato, (“altri suoni” per approssimazione), che orchestra un concept sui quattro elementi. Traspaiono vari ascolti (abbastanza) metabolizzati: suono tedesco (Il Mito del Buon Selvaggio), Brian Eno, Miles Davis. Quest’excursus “elementale” vi offrirà funk-rock (volutamente) cianotico (Diverse parole), con frammentazioni ritmiche e chitarre acide; electro che attinge con buon sincretismo a modelli recenti – Tarwater, Mouse On Mars – (Numeri Pensanti in Uno Stagno); sonorità liquide e dilatate per dub narcolettici (Un Sistema Solare, Alla Fine Sarà l’Acqua); rade granulosità glitch (Terza Fu l’Arìa). Insomma una pletora di situazioni per tentare di descrivere le complesse realtà dell’universo.Obbiettivo ambizioso, (non raggiunto ovviamente/per fortuna) ma l’ispirazione di Dal Monte, tra il matematico e il visionario, pare autentica.

Dioniso Capuano BLOW UP 64 – 2003/09